Portole/Oprtalj 

L'anima segreta (e quieta) dell'entroterra istriano

 

Tra Montona e Pinguente, si trova, arroccato su un colle a 387 metri slm, Portole (Oprtalj). Boschi, torrenti, cave e dirupi, sono queste le cose che circondano quest'antico borgo. Qui l'invasione di masse di turisti che invadono le coste istriane non è ancora arrivata per fortuna. A portole si respira ancora la tranquillità di questo territorio così speciale. Il paese è davvero tra i più (trova un sinonimo per pittoresco) dell'istria. 

Portole affonda le sue radici nell'antichità. Fu un importante fortifizio militare romano (Castrum Portulense in Histria). Fu però citata ufficialmente nel 1209 in un documento riguardante i territori dell' Patriarcato di Aquileia. Nei secoli si avvicendarono la Serenissima, i francesi che inclusero Portole nelle Provincie Illiriche, fu anche sotto l'impero austro-ungarico, nel 1919, dopo il trattato di Versailles, diventò italiana. Dopo la seconda guerra mondiale fini sotto la Jugoslavija e ad oggi appartiene allo stato Croato. 

Uno dei palazzi storici del paese

Il leone di Venezia all'interno della loggia del belvedere

Ad annunciare l'ingresso al borgo — e a salutare chi ne riparte — è un solenne viale di cipressi, un elegante corridoio verde che guida dolcemente i passi verso il fascino del centro storico. Varcata questa soglia naturale, ci si inoltra in un dedalo di pietra: viuzze finemente lastricate si snodano tra antiche case dalle facciate colorate, svelando ad ogni angolo intimi ristoranti, curiose botteghe d'antiquariato ed edifici sacri. L'arte, qui, trova rifugio sotto le ombre gentili delle logge e nel segreto dei cortili interni, dove si nascondono piccole e suggestive gallerie.

​Proprio come le vicine "sorelle" Montona (Motovun) e Grisignana (Grožnjan), Portole è ammantata da un'aura di bellezza quasi mistica. Più che una semplice meta turistica, questa piccola località si rivela un rifugio d'elezione: una calamita discreta per i viaggiatori solitari e per chi coltiva l'arte della lentezza. È il luogo ideale per chi desidera abbandonare la folla, lasciandosi rigenerare dal respiro intatto della natura circostante e dai sapori sinceri della tradizione culinaria istriana.

Un "salottino" all'aperto nel centro storico

A Portole...tutti trovano la tranquillità 

Passeggiando tra queste architetture, l'invito è quello di soffermare lo sguardo sui dettagli degli antichi edifici, veri e propri custodi che portano ancora incise le memorie e le testimonianze del passato.

L'unica nota velata di malinconia è scoprire come molti di questi edifici giacciano oggi in un silenzioso stato di abbandono. Eppure, da questa decadenza prende vita un singolare e inaspettato paradosso: se lo sguardo storico e culturale non può che rammaricarsi per un'eredità lasciata all'incuria, è innegabile che siano proprio queste mura sbrecciate a infondere al borgo un'atmosfera sospesa. Una fragilità che, quasi per magia, veste Portole di un fascino antico, romantico e impenetrabile, capace di fermare il tempo.

In molte parti del borgo le pietre raccontano il passato

Rovine, testimoni tristi del passato

La profonda spiritualità e la storia di Portole si leggono chiaramente anche attraverso i suoi luoghi di culto: il borgo, pur nelle sue modeste dimensioni, custodisce ben quattro chiese, veri e propri scrigni d'arte e devozione.

​Chiesa parrocchiale di San Giorgio (Sveti Jurij): A dominare il cuore del centro storico è proprio questo edificio, le cui origini risalgono alla seconda metà del Cinquecento. Nel corso del tempo la struttura ha saputo rinnovarsi, svelando oggi le linee eleganti di un successivo e raffinato rifacimento in stile barocco.

​Chiesa di San Rocco: Nata nel XIV secolo come austera struttura a navata unica sormontata da un campanile a vela (o a conocchia), fu arricchita in epoca barocca da una graziosa loggia, recuperata e restaurata a partire dalle fondamenta nel 1913. Al suo interno il tempo ha risparmiato i preziosi affreschi di Antonio da Padova: tra i volti dei santi affioranti dalle pareti spicca, per la sua nitida conservazione, la figura di San Leonardo, riconoscibile per i pesanti ceppi che lo avvolgono.

​Chiesa di Santa Cecilia: Immersa nel silenzio dell'area cimiteriale, questa chiesa porta con sé un'eredità importante. Sotto il dominio della Repubblica di Venezia, l'omonima confraternita (o scuola) che vi aveva sede non era solo un ritrovo spirituale, ma rappresentava una delle istituzioni religiose ed economiche più vivaci e influenti dell'intera comunità.

​Chiesa di Santa Maria dei Greci: A pochi passi dal cimitero sorge infine questo piccolo gioiello del XV secolo. Entrare qui significa immergersi in un trionfo di colori antichi grazie agli importanti cicli di affreschi custoditi. Sull'arco trionfale cattura immediatamente lo sguardo la magnifica Annunciazione dipinta nel 1471 da Clerigino da Capodistria il Giovane, mentre, a vegliare nella penombra, si staglia una commovente statua lignea quattrocentesca della Madonna con il Bambino.

San Giorgio 

San Rocco

Santa Maria dei Greci

Risalente al 1842, il cimitero di Portole si estende su un'area sorprendentemente vasta se paragonata alle modeste dimensioni del borgo attuale. Questa ampiezza è la testimonianza tangibile di un passato in cui la comunità era ben più fiorente e numerosa: il camposanto custodisce, infatti, le antiche sepolture dei tanti italiani che vissero in queste terre. A dispetto delle dolorose vicende storiche e della lontananza, molti di questi loculi sfuggono ancora oggi all'oblio, custoditi con cura e devozione dai discendenti degli esuli istriani, che tornano per mantenere vivo un legame profondo e indissolubile con le proprie radici. All'interno di questo recinto sacro, uno spazio particolare è riservato a un antico ossario. Qui, intorno al 1850, vennero traslate e ricomposte le spoglie rinvenute durante gli scavi effettuati sotto le altre chiese del paese e del territorio circostante, riunendo così in un unico, silenzioso riposo le generazioni più antiche che hanno plasmato l'anima di Portole. Tra queste lapidi si conserva anche la memoria di una pagina di storia più recente e spietata, che merita di non essere dimenticata. Il cimitero ospita infatti le sepolture di civili e militari caduti all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943.

​Furono mesi di totale caos e vuoto di potere, in cui l'intero territorio istriano venne travolto da una drammatica ondata di violenza. In quel clima di estrema confusione, le rappresaglie, le fucilazioni e la tragedia delle foibe si trasformarono in una cruda quotidianità. Eventi che hanno lasciato sul territorio un segno tangibile e profondo, testimoniato ancora oggi in modo silenzioso proprio da queste tombe.  A leggere i nomi incisi sulla pietra, la grande storia si scompone in destini individuali, restituendo un volto ai giorni più bui di quell'autunno. È il caso del carabiniere Giuseppe Bura: l'epitaffio sulla sua tomba riporta la data del 4 ottobre 1943, vittima di una rappresaglia nazifascista. Una memoria ancora viva e curata, tanto che i carabinieri del nucleo di Muggia si sono recati fin qui per rendergli omaggio ufficiale.

​Poco distante, un'altra lapide racconta la fine di Bruno Creneca, ucciso il 3 ottobre e ricordato nel marmo come "innocente caduto per mano nemica". Non mancano i membri delle forze armate, come Mate Veznaver, appartenente alla Marina, che perse la vita il 23 ottobre dello stesso anno. E poi ci sono Pietro Paoletich, Riccardo Blaschich e Giovanni Pogorelli: un tragico appello di vite spezzate tutte nello stesso, brevissimo arco di tempo, uccisi nei giorni di sangue tra il 3 e il 4 ottobre.

il carabiniere Giuseppe Bura 

il marinaio Mate Veznaver

Un'ultima curiosità: passeggiando tra questi viali, capita di imbattersi anche in dettagli che aprono a piccoli, insondabili misteri. È il caso di una sepoltura che cattura facilmente lo sguardo: la tomba di un bambino, scomparso nel 1936. A sorprendere non è l'epitaffio, ma una minuscola firma impressa sulla fotoceramica che ne ritrae il volto: "Foto Contiero Milano". Un dettaglio che a molti potrebbe non dire nulla, ma che racchiude una curiosa contraddizione. Lo studio Contiero, infatti, era un atelier fotografico molto rinomato tra la fine dell'Ottocento e i primi anni Quaranta del Novecento, celebre per l'eccellenza dei suoi lavori e decisamente costoso in un'epoca in cui la fotografia era ancora un lusso per pochi. Il contrasto balza agli occhi guardando la lapide del piccolo: un'opera sobria, di modesta fattura, che mal si sposa con una spesa simile. Eppure, proprio grazie a quei materiali di altissima qualità, l'immagine si è mantenuta intatta e perfettamente nitida a quasi un secolo di distanza. Viene allora da chiedersi come mai una famiglia di questo borgo istriano avesse commissionato un lavoro tanto prezioso fin nel capoluogo lombardo, per poi applicarlo su una sepoltura così semplice. ​Forse fu l'iniziativa di un parente emigrato, o forse un sacrificio economico estremo per conservare un ultimo, nitido ricordo intatto nel tempo. Rimarrà una domanda senza risposta, ed è giusto che questo segreto resti custodito nel silenzio del luogo.

​È un'ultima suggestione che conferma, ancora una volta, una grande verità: un cimitero si rivela sempre un'inesauribile fucina di memorie, un archivio a cielo aperto dove le vite delle persone comuni e la grande Storia si intrecciano in modo indissolubile.

La foto del piccolo Sergio

L'ossario all'interno del campo santo

FOTOGRAFIE 


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