Chiesa di San Michele Arcangelo
A Krkavče, nell'Istria Slovena, una chiesetta che segue una teologia tutta sua piena di particolari inconsueti
La chiesa dell’Arcangelo Michele di Krkavče appare all’improvviso, come un sasso chiaro piantato nel cuore del paese. Alzo gli occhi: sopra il portone, una figura in pietra vigila l'entrata. Scatto due foto. Dal buio dell’ingresso spunta un volto: un signore mi osserva e, con quel dialetto morbido della Slovenia istriana, mi fa cenno di entrare. L’interno ha l’odore fresco della calce e delle candele. Mi avvicino all’altare per un’altra foto quando il signor Paolo, così si presenta, indicando la statua all’esterno e mi chiede: “Sa chi è?” Non esito: “L’arcangelo Michele.” Sorride, poi alza gli occhi al cielo per finta esasperazione: “È il primo che non me lo scambia per San Giorgio.”
E allora comincia a raccontare. Il suo dito disegna nell’aria la curva dello scudo: “Lì c’è scritto QVIS VT DEVS. È la domanda che precede la lama: ‘Chi è come Dio?’ Prima di trafiggere il male, Michele ricorda al diavolo il limite.” Mi dice che quella scritta, così incisa sullo scudo, da queste parti si vede di rado. Rientrando nella navata, mi accorgo che il silenzio sembra prendere la forma di quelle parole latine con l’impressione che, a volte, la fede parli in una sola frase, e la pietra la ripeta per secoli.
Nella chiesa di Krkavče, si dice che la statua di San Paolo sia unica in Europa: sul libro che regge al petto, l’iscrizione, scolpita in forma abbreviata, recita: “Unus Dnus Una Fides Unum Baptma” — un dio, una fede, un battesimo. Non solo un ornamento, ma un verdetto.
Il crocefisso con il chiodo in più
Accanto all’altare, troviamo un crocifisso che non concede abitudini: i piedi di Cristo sono fissati da due chiodi (solitamente un chiodo che trafigge entrambi i piedi), uno per piede, come se ogni passo avesse avuto bisogno della sua prova. Poco più in là, San Pietro non brandisce una chiave soltanto, ma due: la lettura popolare vuole che una apra agli uomini e una alle donne — una teologia che sembra nata nei cori della gente.
I due tabernacoli presenti nella chiesa non parlano di misteri, ma di necessità. L’ultimo parroco, ormai anziano, non riusciva più a raggiungere quello in alto. Gliene costruirono uno più basso, dove la mano arrivava sicura. È un dettaglio che fa pensare che, a volte, il sacro scende di un gradino per continuare a restare vicino.
La tomba del prete è fuori, sul lato nord, dove il sole arriva tardi. Prima di morire, chiese che davanti alla sua pietra non si pregasse. Chi passa, disse, batta le mani: lo sentirò. Sopra, un bassorilievo della Madonna dei Sette Dolori del XVII secolo, veglia il suo sonno eterno.
San Pietro con le due chiavi del Paradiso
La tomba dell'ultimo prete di Krkavče
Rientriamo nel corridoio che conduce alla sacrestia. Il signor Paolo mi indica un taglio nella pietra: un piccolo scolo che scarica direttamente all’esterno. “L’orinatoio dei preti”, commenta. Non ne avevo mai visto uno. La sacrestia, scopro, fu la prima chiesetta del paese, dedicata a Sant’Anna. Con l’espansione dell’abitato si rese necessaria una chiesa più grande e la cappella originaria venne retrocessa a sacrestia. Oggi vi si conserva un dipinto del Concilio di Trento, datato 1776, commissionato dal vescovo Stefano Umer e realizzato dal veneziano Bartolomeo Bossi.
Stiamo per uscire quando il signor Paolo mi trattiene con un’ultima confidenza. Qui i quattro evangelisti non fanno corona al pulpito ma stanno accanto al tabernacolo. Davanti a quel piccolo scrigno, dice, le parole si fanno caute: su quattro voci, una sola dirà il vero.
A sud della chiesa, dove c’era un cimitero, oggi cresce una vigna. Delle tombe ne resta una, sola. Tutto questo, in una piccola chiesetta di campagna nell'Istria Slovena che, merita davvero una visita.
La tela con raffigurato il Concilio di Trento
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