Cascata Črne Vode e Cappella Russa 

Tra il velo della nebbia e il candore della neve: un cammino sospeso tra natura e memoria

 

Abbiamo iniziato il nostro giro lasciando l’auto nel parcheggio di Planica, qualche chilometro a sud di Rateče. La valle era immersa in una nebbia fitta, e una neve lenta e insistente cadeva senza fretta. Paradossalmente, era il meteo perfetto: quel tipo di giornata che scoraggia molti e regala ai sentieri il silenzio.

Il primo tratto, quello che porta alla chiesetta di Sveta Marija Pomagaj (Santa Maria Ausiliatrice), lo conoscono in tanti. È facile, pianeggiante, una passeggiata più che un’escursione. Ma con la neve fresca assume un fascino diverso: i rami piegati dal peso bianco, il sentiero che si perde e riappare, il suono ovattato dei passi.

Da lì in poi, però, il paesaggio cambia. La folla si dirada e i sentieri si moltiplicano, ognuno con il suo carattere. Noi abbiamo scelto uno quasi nascosto sotto la boscaglia, che sale verso la cascata di Črne Vode.

L'inizio del sentiero 

La chiesetta di Sveta Marija Pomagaj 

Stretto tra gli alberi innevati, il sentiero sbocca improvvisamente in un’apertura dove la neve annulla i contrasti, uniformando tutto in una tinta spettrale. Pochi arbusti bassi e pietre scure bucano il manto bianco, mentre la via si dissolve nel grigio della nebbia. È un paesaggio dominato da una monotonia magnetica, un quadro monocromatico di profonda malinconia. Laddove la nebbia si fa più sottile, le vette del Travnik, della Velika Mojstrovka e del Kol appaiono fugaci tra i vapori. È un mantello che danza, riscrivendo continuamente i contorni del territorio in ogni direzione. Sotto i nostri piedi, la traccia del sentiero è ormai un ricordo; poco importa, perché smarrirsi nel 'silenzio bianco' diventa obbligatorio. Per Tecla, però, la contemplazione non basta: la creazione di un pupazzo di neve resta per lei un rito e un obbligo morale.

Il sentiero ancora ben visibile si snoda nel bosco

Il sentiero sparisce e comincia lo spettacolo

Dopo circa cinque chilometri di cammino, ci appare la cascata di Črne Vode (Acque Nere). A quota 1300 metri, il suo salto di settanta metri si esaurisce proprio ai nostri piedi, dove l’acqua svanisce, inghiottita dal labirinto di pietre alla base. Quel giorno, però, il movimento era sospeso: la cascata si era trasformata in un colossale ghiacciolo, una scultura monumentale che la nebbia avvolgeva e svelava a tratti, creando un’immagine di maestosa e gelida immobilità. 

Per il rientro in valle decidiamo di abbandonare la via nota, avventurandoci fuori sentiero tra la vegetazione serrata. Qui regna un silenzio ovattato, rotto solo dal ritmo dei passi e dalle chiome degli alberi che si liberano dalla neve. Guadagnata di nuovo la chiesetta, affrontiamo il ripido strappo verso la sorgente del torrente Nadiža — piccola nota geografica: si tratta di un caso di omonimia con il fiume Natisone (Nadiža in sloveno), non delle sue sorgenti. Sebbene manchi solo un chilometro, il fondo è una lastra ghiacciata che richiede l’aiuto dei ramponcini. Nella nebbia più fitta, lo spettacolo appare d'improvviso: uno spruzzo d’acqua che sgorga con forza brutale dalla montagna, compie un salto di 300 metri e scompare di nuovo nelle profondità della terra.

Črne Vode 

La salita alla sorgente

Il getto del Nadiža

Rientrati al parcheggio, decidiamo di concederci un’ultima deviazione: a soli dieci minuti d'auto, lungo la Ruska Cesta (la Strada dei Russi), sorge la Cappella Russa. È un luogo di pace sospeso alle pendici del monte Sedla, ma la sua origine è intrisa di fatica e dolore. Qui, nel 1915, diecimila prigionieri russi furono costretti dall'esercito austriaco a tracciare la via che da Trenta andava verso il passo della Mojstrovka. Un anno dopo, nel marzo del 1916, una valanga travolse centinaia tra prigionieri e soldati. La piccola cappella in legno fu eretta nel 1917 dai sopravvissuti in memoria dei compagni caduti, resta lì come un monito silenzioso accanto alla loro tomba e ai due cimiteri dell’Erjavčeva koča. Riprendiamo il passo verso l'Erjavčeva Koča, raggiungendola in circa un'ora di ascesa. In questo luogo, i cimiteri che un tempo onoravano i prigionieri russi sono ormai diventati dei vuoti delimitati: semplici perimetri recintati che, insieme a una targa, segnano lo spazio del ricordo. È una testimonianza nuda, dove la terra innevata sembra voler proteggere ciò che resta di quel sacrificio.

La Cappella Russa 

La salita verso Erjačeva Koča

Quel che rimane del cimitero dei prigionieri russi

 

FOTOGRAFIE 


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