Goče e Erzelj 

Tra vigne, pietra e memoria: viaggio nei cuori antichi della Valle del Vipacco

 

La valle del Vipacco (Vipavska dolina) non smette mai di stupire. Ogni volta che ritorniamo tra queste colline, ci sembra di sollevare un nuovo velo: emergono segreti nascosti, racconti dimenticati e angoli in cui il tempo decide di rallentare. È come affacciarsi su una finestra aperta sul passato, un varco discreto attraverso cui, per un momento, ci è concesso sbirciare nel tempo che fu. 

Goče si svela come un labirinto incantevole di stradine anguste, conosciute dagli abitanti come "gase", dove il susseguirsi di case in pietra racconta storie di un tempo passato. Al centro di questo borgo pittoresco, svetta la bella chiesa di Sv. Andrej (Sant'Andrea) edificata nel XVII secolo, simbolo di spiritualità e tradizione. Le due strade principali del paese si intrecciano in un crocevia, formando la croce di Sant'Andrea, a testimonianza della devozione verso il santo che veglia su Goče. Il paese viene nominato per la prima volta nei registri dei Conti di Gorizia nel 1376.

Un simpatico abitante peloso di Goče 

Geometrie del passato

Tra le viuzze si trovano quattro maestosi altari di pietra, un tempo custodi della Via Crucis. Oggi, purtroppo, il loro splendore è offuscato dal passare del tempo: le nicchie con i rilievi sono usurate, e le figure che vi si trovano sfuggono allo sguardo, come spiriti silenziosi che narrano storie dimenticate. Non si può certo dimenticare che, nella valle del Vipacco, il vino non è solo un prodotto: è un elemento essenziale del paesaggio, della cultura e della vita quotidiana. Nel 1846, l’Ilirski list raccontò della prima mostra di frutta a Lubiana, dove il parroco di Goče, Valentin Kodre, insieme al proprietario terriero Janez Ferjančič, presentò ben 28 varietà di uva bianca e rossa, “la maggior parte delle quali pregiate”. Un dettaglio che dice molto sulla ricchezza e la cura con cui queste terre venivano coltivate.

Continuando sul sentiero che si snoda da Goče verso Erzelj, si apre alla vista la chiesa di Sv. Marija Snežna (Santa Maria delle Nevi), protettrice contro la siccità. Posta sul colle Obelunec, offre uno spettacolare panorama che abbraccia il paesaggio circostante in un dipinto vivente che cambia con le stagioni.

Un angolo di Goče 

Goče visto dal sentiero che porta sul Obelunec

Arriviamo così a Erzelj. Il borgo viene menzionato per la prima volta nel 1275 come Castel San Michele, proprietà dei Patriarchi di Aquileia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’intero paese si schierò a fianco dei partigiani. La risposta delle autorità italiane fu dura: l’8 marzo 1943 tutti gli abitanti vennero espulsi. Gli uomini furono deportati nei campi tedeschi, le donne in quelli italiani, mentre i bambini vennero affidati ai parenti. Con la capitolazione dell’Italia, le donne poterono finalmente fare ritorno alle loro case. Per molti uomini, invece, quel ritorno non arrivò mai. Qui, nel 1944, tra i filari silenziosi, operava l’ospedale partigiano Vera, nascosto come un respiro trattenuto. Quando, nel gennaio del 1945, i tedeschi lo scoprirono, lo ridussero in cenere. Undici feriti vennero uccisi, altri nove catturati: una pagina dolorosa che ancora sembra riecheggiare tra queste colline.  

 

L'arrivo a Erzelj 

La targa che ricorda l'ospedale partigiano e il sacrificio dei combattenti

Sopra il paese si alza il colle Tabor che custodisce due chiese: Sv. Mihael (San Michele) del XV secolo, e la piccola gotica Sv. Lovrenc (San Lorenzo), che appare quasi sospesa nel tempo. Nel XII secolo, proprio qui, sorgeva una fortificazione usata come rifugio durante le incursioni turche e nelle guerre tra Venezia e gli Asburgo. Oggi ne restano solo poche pietre perimetrali, ma bastano a suggerire la presenza di quel passato inquieto.  

La chiesetta di Sveti Lovrenc 

La chiesa di Sveti Mihael

Tra Goče ed Erzelj furono quindici i giovani arruolati nell’esercito austro‑ungarico durante la Grande Guerra. Di loro, solo due hanno una tomba che possiamo ancora raggiungere. Viktor Vidrih (classe 1880, morto il 10 agosto 1915) riposa nel cimitero di Erzelj. Izidor Stemberger a Goče (classe 1895), appartenente al FJB n.7 Marchkomp, cadde a Doberdò il 2 luglio 1915. Il suo nome compare sulla tomba di famiglia, ma probabilmente si tratta di un cenotafio: la scritta in ricordo di lascia intuire che il suo corpo non tornò mai a casa. Un destino condiviso da tanti ragazzi che una tomba non l’hanno mai avuta, e che sopravvivono solo nei nomi incisi sulla pietra e nella memoria di chi ancora li cerca.

Un percorso di circa 14 chilometri davvero intenso.

Il cenotafio di Izidor Stemberger a Goče 

La tomba di Viktor Vidrih 

FOTOGRAFIE 


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