Trnovo, Nemci, Voglarji

Un anello nella Selva di Tarnova, che nasconde meraviglie, ma anche un passato buio

A pochi chilometri da Gorizia, in direzione di Ravnica, sorge Trnovo, soglia della Selva di Tarnova (Trnovski gozd). Qui il Carso si fa foresta: un altopiano calcareo vicino ai mille metri, traforato da grotte e inghiottitoi, solcato da sentieri che scompaiono tra faggete e radure. L’altitudine trattiene un’aria più fredda e custodisce una fauna insospettata per il tipico paesaggio carsico.

È un territorio severo e ospitale insieme, dove la roccia guida l’acqua nel sottosuolo e l’ombra degli alberi scandisce le stagioni. Su queste alture battute dal vento e dal gelo, tra il 19 e il 21 gennaio 1945 rimbombò la battaglia di Tarnova. Il carsismo, che scava nel sottosuolo un reticolo di abissi, offrì allora un buio senza ritorno. Gli inghiottitoi carsici, trasformati in foibe, custodiscono ancora oggi un lutto difficile da dire. È un tema complesso quello delle foibe, doloroso, che richiede precisione e sobrietà, ma soprattutto rispetto per le vittime. Di qualsiasi nazionalità esse siano.

                                                                Trnovo

Un suggestivo angolo a Trnovo

Il nostro giro comincia all’ombra quieta del cimitero di Trnovo. Una stradina d’asfalto che scorre accanto al campo sportivo accompagna i primi passi verso la frazione di Rijavci. Dopo un chilometro scarso, una deviazione a sinistra si stacca dell'asfalto. È il sentiero che sale verso la cima del Jelov Hrib. Quattro chilometri di cammino che aprono il sipario sulla Selva di Tarnova. Fitta, profonda, intessuta di faggi e di abeti, bianchi e rossi. Tra i tronchi si spalancano doline limpide e profonde; il suolo si increspa in un dedalo di sentieri, alcuni sicuri, altri esitanti. Qui il passo rallenta, lo sguardo si affina, e la foresta si lascia leggere un segmento alla volta. Procediamo senza fretta verso Nemci — Casali Nenzi nel periodo del Regno d’Italia — un pugno di case rurali raccolte fra doline e colli che s’alzano e si piegano come un respiro. Il nome del paese parla chiaro: in sloveno nemci significa “tedeschi”, memoria di taglialegna di nazionalità germanica che, nel Seicento, misero qui le loro radici. Oggi l’insediamento conta appena ventiquattro abitanti. Poche porte, cortili bassi, tetti che seguono l’onda del terreno. Il paesaggio è un saliscendi naturale di piccole doline erbose e dossi, dove la strada scivola e risale, e ogni curva aggiunge una sfumatura al silenzio e alla pace del luogo.

La salita verso il Jelov Hrib 

Nei pressi di Nemci

L'arrivo al paese

Lasciamo il paese lungo la strada principale che ritorna verso Trnovo. Dopo pochi chilometri deviamo. Una traccia tra gli alberi si stacca dall’asfalto e conduce alla foiba di Zaleznika. È uno degli splendidi inghiottitoi carsici, bellezza che custodisce un passato buio fatto di sofferenze e silenzi. Tra l’8 e il 12 maggio 1945, qui trovarono la morte almeno centoventi persone, italiane e slovene. Zaleznika è solo una delle foibe della Selva di Tarnova; in tutto se ne contano una decina. Forse era la suggestione del sapere dove stavamo andando, ma il sentiero ci parve più scuro degli altri, più freddo, più chiuso. A ogni passo, avvicinandoci, il bosco sembrava inghiottirci e la sensazione di disagio aumentava. Oggi la foiba è cintata tutto intorno. Una recinzione discreta, fiori freschi e targhe custodiscono il ricordo di quel tremendo passato.

Il sentiero che conduce alla foiba

Una corona sulla recinzione

Il baratro della foiba

Tornati sulla strada principale, riprendiamo la direzione di Trnovo, ma la lasciamo presto: una stretta lingua d’asfalto si stacca verso Voglarji, minuscolo borgo di poco più di cento abitanti, un tempo noto come Carbonari durante il Regno d’Italia. Anche qui, nei dintorni del paese c'era una fossa comune. Le testimonianze locali ricordano che vi furono gettati domobranci sloveni, prigionieri di guerra italiani e civili, sia italiani sia sloveni.

Giunge così, verso il termine il nostro anello. Da Voglarji puntiamo a Trnovo, paese più grande degli altri visitati, circa settecento abitanti. Tornati al punto di partenza, proprio di fronte al cimitero, imbocchiamo il sentiero che sale al Kobilnik. In cima ci attende un grande monumento dedicato ai 256 partigiani del IX Korpus caduti nella battaglia di Tarnova. La salita è punteggiata da targhe. Oltre 2.300 nomi ricordano i combattenti caduti nelle altre battaglie che hanno segnato questo territorio. L’opera, progettata dall’architetto Edi Ravnikar, fu eretta nel 1958; le targhe con i nomi furono aggiunte tra il 1981 e il 1983.

                                                     Edicola religiosa a Voglarji 

                           La salita al monumento sul Kobilnik

FOTOGRAFIE 


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