Le doline di Castagnevizza
Tra le doline di Castagnevizza: itinerario storico alla ricerca delle tracce e della quotidianità della Grande Guerra
Il nostro itinerario ha sfiorato alcune doline del settore compreso tra Kostanjevica, Hudi Log, Lokvica, Opatje Selo, Segeti e Sela na Krasu. Sapevamo di non poterle contare tutte: in questa porzione di Carso, plasmata e ferita dagli usi bellici della Grande Guerra, le depressioni sono innumerevoli e si celano tra rovi, pietraie e ricrescite di bosco. Abbiamo diviso questo percorso in due giornate, perché il territorio è vasto. Spesso le doline si nascondono tra la vegetazione, mimetizzate dal paesaggio carsico, e non è raro che la natura stessa ne modifichi l’aspetto nel corso del tempo, coprendo, trasformando o cancellando le tracce del passato. In questo territorio la vegetazione sembra custodire ogni cosa: nasconde, protegge e allo stesso tempo trasforma, rendendo ogni ricerca un lento lavoro di osservazione e memoria. A guidarci, mappe d’epoca e indizi minimi che bastavano a riannodare la trama. Di quel giro, più che un elenco di cavità, resta un filo di comprensione: le doline raccolgono acqua, memorie e silenzi, e ogni passaggio — il nostro come quello di chi venne prima — riscrive di poco il paesaggio.
Fu qui che, soprattutto nella primavera e nell’estate del 1917, durante la X battaglia dell’Isonzo, il Carso divenne una conca di fuoco. Linee contrapposte, italiane e austro-ungariche, si urtarono giorno dopo giorno; e troppe vite, giovani, si interruppero prima del ritorno a casa.
Oggi i segni restano: doline come ferite, trincee che incidono la pietra, gallerie scavate nel calcare carsico, targhe e iscrizioni che ancora resistono e raccontano. Il nostro itinerario non pretende di elencare ogni cavità, ogni scontro, ogni storia: sarebbe impossibile in un articolo essere esaustivi. Ma offre un filo chiaro per orientarsi, passo dopo passo, tra ciò che il tempo ha lasciato. Guardando con attenzione—le quote, i ripari, le vie di rifornimento si intuiscono ancora—ci si fa un’idea concreta di come appariva il luogo in quei mesi: la logica delle posizioni, l’esposizione al fuoco, le difficoltà dell’acqua e del pietrisco.
È un percorso di memoria e di paesaggio. Non cerca l’enfasi; invita lo sguardo. E permette, a chi lo desidera, di mettere in relazione il presente con quei giorni tragici. Oggi queste doline sono piacevoli da visitare, soprattutto in primavera quando tutto fiorisce, ma nei giorni di guerra le doline erano un imbuto di pietre e schegge volanti che ferivano e uccidevano.
Su questo tratto del Carso passarono molte brigate italiane: Barletta, Ferrara, Pisa, Re, Pinerolo, Lario, Brescia e altre ancora. Fu un susseguirsi di attacchi, ritirate, errori tattici, giorni tritati dall’artiglieria e notti passate a ricucire trincee tra la polvere bianca della roccia. Tra tutte, però, emerse la vicenda della Brigata Novara: qui il 154° reggimento subì perdite gravissime (come documenta l’accurato studio di Renzo Catellani, Carso 1917. Il 154° reggimento della Brigata Novara nell’inferno di Castagnevizza Gaspari, 2018). Neppure il fronte opposto fu risparmiato: il XXIII Corpo d’armata austro-ungarico lasciò sul terreno un tributo altissimo, prova di uno scontro che consumò uomini e posizioni senza concedere vittorie facili.
L'inizio del sentiero che conduce verso Castagnevizza
Una scultura fatta con i resti trovati sui campi di battaglia
Abbiamo iniziato il giro della prima giornata lasciando l’auto accanto al cimitero di Sela na Krasu (Sella delle Trincee). Poco oltre, un sentiero si stacca verso Kostanjevica (Castagnevizza): corre tra la pietra chiare del Carso e le macchie di rovo, e già così, senza deviare, lascia affiorare qua e là profili di trincee e basamenti di vecchie postazioni. Chi cerca davvero dettagli, però, sa che talvolta bisogna sporgersi oltre la traccia battuta. Fuori sentiero l’erba si fa alta e gli arbusti stringono il passo: è il regno delle sorprese ma anche delle piccole insidie. Conviene muoversi con prudenza e preparazione: pantaloni lunghi infilati nei calzettoni o ghette leggere, repellente per zecche, controllo accurato al rientro. Alcuni escursionisti usano anche dispositivi a ultrasuoni.
Dopo circa due chilometri, in prossimità di quota 244, troviamo la dolina Anton. È lì che l’occhio attento di Tecla nota, lungo il bordo, un gruppo di caricatori di fucile ancora integri, seminascosti tra le foglie. Poco più in là, un proietto da 105 mm intatto. Il tempo si ferma un istante: la storia, qui, non è un pannello esplicativo ma un oggetto concreto che dorme nel terreno. Non tocchiamo nulla. Segniamo il punto, arretriamo e proseguiamo. È ovvio, ma lo ribadisco: qualsiasi proietto, bomba e quant'altro non vanno assolutamente spostati, toccati o rimossi.
Caricatori di fucile Carcano mod.91
Abbiamo proseguito lungo il sentiero fin quasi al bordo della dolina Bari che si trova a sud est a poca distanza da Castagnevizza. Qui, nei giorni della Decima offensiva dell’Isonzo, prese posizione la 72ª batteria di bombarde da 240, inquadrata nel II Gruppo del 2° Raggruppamento dell’XI Corpo d’armata. Oggi, tra rovi e pietre, affiorano ancora basamenti spezzati, muretti a secco smossi, ossature di baracche: segni tenaci di una presenza che il terreno, in più di un secolo, ha provato a inghiottire e ridisegnare. Nelle doline, tuttavia, l’archeologia del fronte è più elusiva: furono bersagli privilegiati allora e, nel dopoguerra, terre di caccia per i recuperanti, certi di metallo e residuati. Così le postazioni risultano spesso sconvolte; per riconoscerle conviene affidarsi più alla logica del luogo — le linee di tiro, le possibilità di copertura — che a un reperto evidente. Infatti, posizionandosi sul bordo nord della dolina si vedrà che una fessura di orizzonte apre verso sud-est: quel corridoio visivo spiega la scelta della piazzola per bombarde meglio di qualsiasi mappa.
Il cammino prosegue per poco meno di due chilometri lungo l'asfalto della statale che congiunge Castagnevizza a Opacchiasella. È un tratto interlocutorio che abbandoniamo quasi subito, assecondando una traccia di sentiero appena accennata, un soffio tra l'erba che sembra voler nascondere il passaggio verso la dolina. All'improvviso ci imbattiamo in una cavità artificiale. È la dolina Siena che custodisce un frammento silenzioso di storia: una targa in pietra posta dai soldati del 1° Reggimento della Brigata "Re", che in questo avamposto trovarono dimora dal marzo del 1917. Il tempo, tuttavia, non è stato clemente. Le intemperie e i decenni hanno levigato la roccia, rendendo le lettere incise quasi un’ombra di difficile decifrazione. Eppure, tra le venature consumate della pietra, si riesce ancora a scorgere l'orgogliosa iscrizione latina:
“Arma ferente Cimbro Regis hic primae legionis cohors II Duce Catalano valla construit hiemalia castra tenuit MCMXVII”
Un’eco solenne che, tradotta, ci riporta al rigore di quel tempo: «Con il re Cimbro alle armi, questa seconda coorte della prima legione, guidata dal comandante Catalano, eresse difese e qui tenne l'accampamento invernale nel 1917». Un ultimo, fragile legame con le vite che hanno abitato questa dolina, oggi immersa nel silenzio.
Tracce e resti nella Dolina Bari
La targa della Brigata Re sopra la cavità nella Dolina Siena
La seconda giornata comincia dal campo sportivo di Opatje Selo. Seguiamo il sentiero verso Lokvica per circa un chilometro, prima di deviare e procedere fuori tracciato. In questo settore, Tecla individua una dolina non riportata sulle vecchie mappe militari in mio possesso. Al suo interno si trova una cavità artificiale che reca, proprio sopra l'ingresso, la targa in pietra della 65ª Batteria someggiata.
Il giro prosegue poi verso l'abitato di Segeti. Poco a sud della piccola frazione si raggiunge la dolina Oneglia, caratterizzata da una grande grotta a doppia uscita che ospitava il comando della IV Divisione, guidata dal generale Paolini. In questo anfratto era attiva una stazione radiotelefonica che trasmetteva in alfabeto Morse. L'impianto era di fondamentale importanza: attraverso le sue scariche elettriche si riuscivano a intercettare le comunicazioni politiche inviate da Berlino verso tutte le stazioni tedesche e austriache. Mentre l'artiglieria nella dolina era sotto il comando del colonnello Castaldi e del tenente colonnello Lo Giudice, i fanti hanno lasciato un segno del loro passaggio: sopra l'entrata principale della cavità si legge infatti una scritta della Brigata Novara, rimasta in ottimo stato di conservazione. Ci avviamo alla conclusione dell’itinerario puntando verso l’ultima meta prefissata: la dolina Bivio.
L'epigrafe del 65°Batteria Someggiata
La scritta della Brigata Novara nella Dolina Oneglia
Lasciata la zona di Oneglia, seguiamo il sentiero che costeggia la vecchia cava di pietra in direzione di Castagnevizza. Procediamo per alcuni chilometri alternando il cammino battuto a brevi fuori pista; lo facciamo per accorciare il tragitto, ma anche con la speranza di scorgere qualche dettaglio sfuggito nelle ricognizioni precedenti. Arrivati alla dolina Bivio, ci imbattiamo in una vasca in cemento realizzata dai reparti militari. Sulla struttura si legge ancora chiaramente l'esortazione: “L'igiene è la salute dell'uomo”. Sebbene oggi appaia visibilmente deteriorata, la precisione della sua costruzione racconta l’importanza che questo presidio aveva durante il conflitto. All'interno della dolina si trova anche una cavità naturale, probabilmente intercettata dai soldati proprio mentre scavavano la roccia per ricavarne dei rifugi.
Attraversare queste doline significa entrare nel vivo della logistica e del destino dei soldati: qui si coglie il contrasto tra la routine quotidiana e l'imprevedibilità di una fine che arrivava all'improvviso. Nonostante siano state riassorbite dal verdeggiante Carso, rimangono archivi a cielo aperto che custodiscono una memoria ancora frammentaria. Sono luoghi che ancora adesso richiedono un’indagine più profonda e un'attenta analisi per restituire una comprensione davvero completa di ciò che accadde più di un secolo fa tra queste rocce.
La vasca nella Dolina Bivio
La vita (cibo) e la morte (bomba)
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