Nel cuore della Slavia Friulana: un cammino silenzioso tra ferite del passato e segni di rinascita
Quello che state per leggere è il racconto di un percorso in una terra a cui tengo molto: la Slavia Friulana. Si distende all’estremo oriente del Friuli-Venezia Giulia, lungo la riga sottile del confine con la Slovenia. Qui la storia si stratifica in vicende che dieci vite non basterebbero a ordinare. È un paesaggio che alterna gole e prati, castagneti e pietra viva, borghi raccolti e silenzi lunghi: mai uguale a se stesso, e tuttavia tenuto insieme da un equilibrio capace di emozionare e commuovere.
Lasciata l’auto nei pressi dell’agriturismo Non Solo Cicciole, nel piccolo borgo di Gradischiutta, abbiamo imboccato il sentiero che si stacca proprio alle sue spalle. La salita si fa subito erta, ma dopo poche centinaia di metri appare la chiesetta di Santa Maria Maddalena in Rupis, di origine trecentesca. All’interno si intravede ancora un affresco consunto, verosimilmente databile al XIV secolo e probabilmente riconducibile alla scuola di Vitale da Bologna. L’area circostante è stata restaurata di recente. Intorno all’edificio affiorano piccole tracce di un antico fortilizio: non a caso il toponimo Gradischiutta, dalla radice grad, richiama l’idea di castello, di fortificazione. È plausibile che il luogo di culto sia sorto sulle rovine di quel presidio ormai scomparso.
La salita all'inizio del sentiero
La chiesetta di Santa Maria Maddalena in Rupis
Il sentiero non concede tregua, inerpicandosi ripido verso il borgo di Clap. Dopo circa un chilometro di salita, ci accoglie il piccolo cimitero del paese, un luogo che custodisce una metamorfosi silenziosa. Nella nostra ultima visita, questo spazio appariva quasi spettrale. Una giungla di rovi e vegetazione selvaggia lo rendeva inaccessibile, inghiottendo le croci e cancellando ogni traccia di memoria. Oggi, invece, l’ordine è tornato regnare grazie a una cura meticolosa che ha restituito dignità alle pietre.
Tra le vecchie lapidi tornate alla luce, una in particolare ferma il mio passo. È quella di Eligio Cont, un bambino di soli dieci anni, la cui vita venne spezzata dalla violenza nazista. C’è un’umanità dolente e quasi commovente in quell'epigrafe, dove un errore di ortografia sembra aggiungere un carico di autenticità al dolore:
«Dolorosamente strappatto dai barbari nazifascisti».
Quella doppia "t" è come un singhiozzo impresso nel marmo. Ma a rendere il quadro ancora più inquietante è la fotografia del piccolo: non è solo rovinata dal tempo, ma appare deliberatamente scalpellata via. Un gesto che sembra voler cancellare il volto oltre alla vita, lasciando dietro di sé un interrogativo sospeso nel silenzio del borgo.
Lasciato il cimitero, una gradinata in pietra antica ci scorta verso il cuore del borgo. Ad accoglierci sono le tre campane del monumento ai caduti che onora i figli di Clap perduti nelle due Guerre. Tra i nomi incisi ritrovo quello del piccolo Eligio.
La gradinata in pietra che porta verso Clap
La tomba del piccolo Eligio
Proprio di fronte al monumento sorge la chiesetta della Beata Vergine Addolorata. In un’epoca in cui le porte delle chiese restano spesso serrate, trovare il portone socchiuso sembra un invito. All'interno, l'atmosfera è raccolta. Ai piedi della statua di San Rocco (prottettore contro la peste), giace un foglio di carta che sfida il tempo da oltre un secolo. È una testimonianza preziosa che merita di essere letta rispettando ogni sua incertezza grammaticale, poiché in quegli errori risiede la voce autentica di chi ha vissuto il dramma e la speranza:
"Clap a nome di Dio ed a more a S.Rocco. Nel anno 1852 scoppio il colera che morivano oltre tre al di. pensa il paese di metersi sotto la protezione di S.Rocco e subito il flagello cessò. è fatto il voto perpetuo di fare la sua festa il 16 agosto. poi nel 1915 scopia la guerra europea atroce che durava per quatro anni ed i giovani rimasti salvi ed invita anno ben pensato di fare il altare e la statua di S.Rocco in ricordo della patria e aringraziamento ad Dio che ci ha salvato di tanti pericoli. e l'opera viene compiuta quatro anni da poi quando amici di guerra che la anno pensata e fatta. di proprie mani da tre giovani di Clap. Cioè Agostino deto Lachig, Guion Romano e Shrauli Pietro Capelet il 7-6-1923".
È una cronaca di devozione popolare, scritta con le mani callose di chi ha impugnato sia il fucile che lo scalpello.
La chiesa della Beata Vergine Addolorata
La statua di San Rocco e il manoscritto del 1923
Clap (Podrata in sloveno) sta a 684 metri di quota. In friulano il suo nome significa pietra: prima ancora che un toponimo, una dichiarazione del suo aspro territorio. Oggi il paese è quasi vuoto, e pensare che, alla fine dell’Ottocento, contava più di trecento abitanti. L’esodo cominciò nel dopoguerra: i combattimenti avevano lasciato profonde ferite, la fame fece il resto. Nel 1976 arrivò il sisma a dare il colpo di grazia. Eppure, una vita seconda s’è riaccesa: alcune case sono tornate in piedi, intonaci nuovi su pietre antiche. Usate come case estive, ridanno voce ad un borgo rimasto muto per molto tempo.
Un simpatico abitante di Clap
Scendiamo verso Canebola (Čenebola in sloveno), appena due chilometri più a valle. La stradina asfaltata, stretta e sinuosa, si incunea tra pastini coltivati, uliveti e boschi fitti; dopo pochi tornanti si apre l’ingresso del paese. Le origini dell’insediamento affondano in epoche lontane: presso la Bocchetta di Sant’Antonio sono stati individuati cerchielli scavati nella roccia, le cosiddette coppelle, databili all’Età del Rame e forse legati a un culto solare (dei rinvenimenti della Bocchetta di Sant'Antonio ne parlerò in un articolo dedicato a Porzus). Il nucleo attuale del borgo si consolidò tra l’VIII e il IX secolo, quando, per volontà dei Patriarchi di Aquileia, si stabilirono qui gruppi slavi con il compito di coltivare e presidiare le terre di confine.
Canebola, legata a Clap da un destino speculare, non è sfuggita all'amarezza dello spopolamento, per le stesse inesorabili ragioni. Qui però, tra le pieghe del borgo, il paesaggio conserva ancora alcune abitazioni sorte all'indomani del sisma. Nacquero come rifugi d'emergenza per trattenere chi restava, e oggi rimangono lì, a testimoniare un tentativo di rinascita che ha cercato di opporsi all'abbandono.
Lasciata Canebola, la nostra discesa prosegue verso l’antico borgo di Stremiz (Gramovščica in sloveno). Sebbene l’asfalto si snodi in una serie di tornanti silenziosi e poco frequentati, la nostra inclinazione ci spinge a cercare il sentiero: un taglio netto che attraversa la vegetazione, perché come sempre preferiamo il respiro del bosco alla regolarità della strada. Dopo circa due chilometri di pendenza scoscesa, un bivio ci invita a una deviazione prima di entrare nel cuore del paese. Andiamo a cercare uno dei tre antichi mulini che ancora resistono nei dintorni di Stremiz.
Le case sorte dopo il sisma
Il restauro è stato magistrale. Varcare la sua soglia significa scivolare in un’epoca in cui il tempo non veniva misurato dai minuti, ma dal ritmo lento e costante della pietra e dell'acqua del torrente Grivò. Poco lontano, il paesaggio si trova un ponte che la tradizione popolare definisce "Ponte Romano". Si tratta, tuttavia, di un affascinante falso storico. La sua struttura non risale alle legioni di Roma, bensì alla fine del XIX secolo. Salutato il mulino, ci addentriamo nel cuore di Stremiz.
Il borgo è piccolo e raccolto, dove ogni pietra sembra conservare un’eco medievale. La sua storia affonda le radici nel passato: il nome compare ufficialmente già nel 1294, legato a doppio filo alla potente famiglia dei Cucagna, i nobili che dalle colline circostanti dominavano l’intero territorio.
Oggi il borgo è un’oasi di silenzio abitata da una trentina di persone, eppure camminare tra i suoi vicoli regala sensazioni vivide. Le case si alzano su due o tre piani, decorate dai tipici ballatoi in legno, mentre la Torre del Grifone — che oggi ospita una guest house — mostra con orgoglio il simbolo della creatura mitologica sulla facciata.
Proseguendo, lo sguardo cade sui dettagli della vita di un tempo: una fontana in pietra del 1891 con il suo "lavadôr", testimone di fatiche quotidiane, e un’ancona dei primi del Novecento che raffigura la Sacra Famiglia. Tra edifici che ricordano antiche fortificazioni e scorci curati, Stremiz si rivela per quello che è: un piccolo scrigno di storia sopravvissuto al tempo e restaurato con cura dopo il '76.
Particolare della fontana nel centro di Stremiz
Pietre e legno nell'incantevole borgo
La fine eel sentiero, l'inizio dei rovi
Siamo così arrivati verso la fine del percorso. Per rientrare verso Gradischiutta, imbocchiamo un sentiero che sale proprio all'inizio di Stremiz, ma la traccia si fa presto incerta fino a sparire del tutto nei pressi dell'isolata località Clabuzzana. Davanti a noi si alza un muro impenetrabile di rovi e arbusti, eppure non ci scoraggiamo: il GPS indica che la strada asfaltata è appena cento metri sopra la nostra testa.
Quei cento metri sono stati infiniti. Abbiamo dovuto aprirci un varco a forza tra i rovi, lasciando inevitabilmente più di qualche brandello di pelle sulle spine, ma la fatica è stata ripagata. Si chiude così un anello di circa undici chilometri percorso quasi interamente in silenzio, lasciando che fosse il territorio a parlare per noi.
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