Ascesa e declino di un baluardo medievale sospeso nel tempo
Nell’afa pesante dell'estate istriana abbiamo visitato il sito di Dvigrad/Duecastelli. Il suo profilo emerge su un’altura a ovest di Canfanaro nel cuore dell'Istria meridionale. Sebbene la sua prima menzione ufficiale risalga all'879, quando il Patriarca di Aquileia iniziava a tessere la trama del suo potere temporale sulle marche del Friuli e dell'Istria nel contesto dell'Impero carolingio, il sito vanta origini preistoriche e una passata identità di provincia romana risalente al 177 a.C. Dopo un lungo vuoto durato sette secoli, la rinascita avvenne nel VI secolo con la fondazione di Moncastello e Parentino. Se del secondo castello si persero le tracce già nel X secolo, il primo continuò a svilupparsi e a resistere al tempo. Le rovine che oggi visitiamo non sono che i resti di Moncastello, il cuore settentrionale che ha segnato definitivamente la fisionomia di questo antico borgo fortificato. Il destino di Dvigrad si legò successivamente ai Conti di Gorizia, prima di ritrovarsi nel bel mezzo della cruenta guerra tra Genovesi e Veneziani. In quel periodo di grandi mutamenti, con Venezia impegnata a instaurare il proprio dominio sulle terre istriane, il borgo subì devastazioni pesantissime. Si presume che sia stato proprio questo clima di costante conflitto a decretare la fine di Castel Parentino.
Seguì un lungo periodo di pace che vide il borgo fiorire fino a superare i mille abitanti, un equilibrio che si spezzò nel Cinquecento con lo scoppio delle ostilità tra l'Austria e la Serenissima. Insieme alla guerra, arrivarono i nemici più insidiosi: la peste e la malaria, che trasformarono la prosperità in un incubo. Entro il 1630, la vitalità di Duecastelli era ormai un ricordo e la popolazione si trasferì in massa a Canfanaro nel tentativo di sfuggire al contagio. Restarono indietro soltanto i più poveri, coloro che non avevano nulla da perdere se non la vita tra quelle pietre. Fu il tramonto del borgo, che toccò il suo culmine nel 1650, quando il vescovo benedisse le ultime tre, solitarie famiglie rimaste a presidiare quel silenzio. Nel 1715 Dvigrad fu definitivamente abbandonato.
Portale ad arco sulla via esterna del borgo
Particolare dei resti di una gradinata
Oggi, camminare tra i resti di Duecastelli è un’esperienza intrisa di una suggestione potente, poiché il borgo permette ancora di essere attraversato lungo i suoi percorsi originali. Percorrere le vie della parte bassa significa immergersi nel quartiere dove un tempo ferveva l'attività di artigiani e gente comune. Lo sguardo cade su dettagli che il tempo non è riuscito a cancellare: si distinguono chiaramente le vecchie fornaci, le nicchie scavate nei muri e i robusti anelli in pietra per la sosta dei cavalli. Molte pareti svettano ancora verso il cielo con le entrate originali ben preservate, offrendo al visitatore l'impressione di poter varcare, da un momento all'altro, la soglia della storia.
Nel centro esatto del borgo, sulla sommità dell'altura, i resti della Basilica di Santa Sofia dominano ancora il paesaggio istriano. La sua architettura è una stratificazione di epoche: dall’originaria struttura del V secolo si passò, sul finire dell’VIII, a una configurazione più solenne a tre absidi impreziosita da affreschi. Con il volgere dei secoli (IX-X), sul lato sud apparvero il battistero e il campanile, ma la vera maturità architettonica arrivò nel XIII secolo, quando la chiesa fu trasformata in una basilica romanica a tre navate. L’aggiunta della sacrestia nel Trecento segnò l’ultimo ampliamento prima del declino. Di quell'ultima stagione gotica rimane il pulpito esagonale, pezzo pregiato della chiesa, che per essere preservato dall'incuria è stato trasferito a Canfanaro, dove ancora oggi testimonia l'antica gloria di Dvigrad.
Fornace molto ben conservata
Proprio davanti al sagrato della chiesa si stende la piazza, l’antico cuore pulsante dove la comunità si riuniva all’ombra degli edifici più rappresentativi. Camminando tra queste rovine, si possono ancora distinguere le tracce del potere civile a est, con il palazzo comunale, e di quello religioso a ovest. Proseguendo verso le mura a ovest della basilica, si distinguono ancora i locali collegati al sistema difensivo, un tempo occupati dai soldati della guarnigione che presidiavano questo sperone di roccia contro le minacce esterne.
I resti delle grandi mura di cinta circondano ancora il borgo, offrendo scorci di rara potenza visiva. Ma in questo scenario sospeso, la natura impone le proprie regole e occulta spesso piccole ma insidiose minacce. Tra i rovi e l'erba alta è facile imbattersi in zecche o, più raramente, nella presenza silenziosa della vipera, che trova rifugio nel calore delle rovine. Negli scorci dove la vegetazione si richiude con troppa forza, è preferibile desistere dall'avanzare, rispettando il confine naturale che il tempo ha tracciato attorno alla memoria di Dvigrad.
Il lato ovest con gli alloggi militari
Un lato percorribile della cinta muraria
Le rovine che ammiriamo oggi sono molto più che semplici pietre: sono il ritratto fedele di una tipica cittadella medievale giunta fino a noi con un’integrità sorprendente. Camminare tra le sue mura significa attraversare un capitolo vivo della storia europea. L'augurio è che questo fragile equilibrio tra rovina e memoria venga preservato con cura, affinché il passare inesorabile delle stagioni e l’indifferenza non riescano a strapparci l'emozione di riscoprire, ogni volta, la bellezza silenziosa di Duecastelli.
La piazza nella parte superiore di Dvigrad
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