Un itinerario che copre 5000 anni. Dalla preistoria alla guerra fredda. Nel magico territorio della Slavia Friulana
Abbiamo intrapreso l’escursione partendo dai margini del cimitero di Porzus, immersi nella quiete di un mattino appena nato. L'atmosfera era dominata da un connubio suggestivo tra la nebbia e una neve ostinata che ancora resisteva al disgelo, avvolgendo ogni cosa in un abbraccio etereo. Il percorso, pur avendo come meta principale la Malga di Porzus, si è snodato lungo un anello articolato, arricchito da piccole deviazioni che ci hanno condotto alla scoperta di angoli meno noti ma altrettanto carichi di fascino.
Come ho già scritto in precedenza, Il legame che mi unisce alla Slavia Friulana è un filo sottile ma profondo e, ancora una volta, questo territorio non ha tradito le mie attese. Lasciandoci alle spalle la chiesa del paese, abbiamo imboccato il sentiero che si snoda proprio sul retro, scegliendo però di deviare verso Clap (quì il link per l'articolo su Clap,Canebola e Stremiz)anziché proseguire verso il Monte Merzli. Il percorso ci ha condotti fino alle pendici del Monte Carnizza, dove abbiamo seguito una stradina asfaltata immersa in una solitudine quasi irreale. In quel silenzio sospeso, la nebbia ha iniziato lentamente a diradarsi, regalando improvvisi e spettacolari scorci che squarciavano il grigio, trasformando il cammino in un’esperienza quasi contemplativa.
L'inizio del percorso a Porzûs
La strada incantata verso il Carnizza
Percorso un altro chilometro, abbiamo imboccato il sentiero verso il Monte Iauar, lasciando che il cammino ci portasse finalmente verso la meta. Incedendo nel silenzio, abbiamo scambiato solo poche frasi, sentendo il peso e la bellezza di una terra che trasuda storia; un breve discorso sull'eccidio di Porzus, e poi di nuovo immersi in un bosco che pareva respirare con noi. Tra le silhouette indistinte dei castagni e le trame fitte della nebbia, la forza vitale del luogo si manifestava nei dettagli: l'odore pungente del sottobosco umido e la vista degli ellebori che compaiono tra le ultime chiazze di neve. In questa alternanza di betulle e faggi maestosi, il sentiero si è infine aperto, svelando davanti a noi il profilo austero della malga.
Fregi dell'epoca della guerra fredda, quando i militari costruivano le strade
Quì tra il 7 e il 18 febbraio del 1945, queste alture furono teatro di uno dei capitoli più laceranti della Resistenza, un momento in cui la lotta di liberazione si trasformò in un tragico scontro fratricida. Partigiani che uccidono altri partigiani. Circa cento garibaldini, sostenitori dell'annessione del territorio alla Jugoslavia di Tito e legati al IX Korpus, risalirono le pendici del Topli Uorh agli ordini di Mario Toffanin, "Giacca", e Fortunato Pagnutti, "Dinamite". Il loro obiettivo era il quartier generale della Brigata Osoppo, rea di opporsi fermamente alle mire jugoslave per difendere l'italianità del Friuli. Giunti alle malghe, disarmarono i vertici della brigata, tra cui il comandante Francesco De Gregori, "Bolla" – zio del futuro cantautore – e Guido Pasolini, "Ermes", fratello di Pier Paolo. In quel vortice di violenza trovarono la morte diciassette partigiani e una donna, Elda Turchetti, conosciuta come "Livia". La sua storia resta tra le più dolorose: indicata erroneamente come spia tedesca da Radio Londra, Elda si era rifugiata proprio tra le fila dell'Osoppo per cercare protezione. Nonostante un'accurata indagine l'avesse scagionata da ogni accusa, rendendola a tutti gli effetti una compagna di lotta della I Brigata, il suo destino si compì tragicamente insieme a quello dei suoi protettori.
Il ricordo di Elda Turchetti
Lasciatoci alle spalle il crinale delle malghe, il nostro anello ci ha spinti verso la Bocchetta di Sant’Antonio. Superato un corto tratto di asfalto, la traccia è tornata a farsi sentiero, arrampicandosi verso la cima del Monte Staipa per poi tuffarsi in una discesa dove la natura sembra aver parzialmente riassorbito i segni del passato recente: lungo il declivio che conduce alla Bocchetta, emergono infatti le sagome dei bunker costruiti dalla Fanteria d’Arresto. Testimonianze di una frontiera che per decenni è rimasta sospesa nel tempo, che non smette mai di ricordare la sua importanza strategica.
L’arrivo alla Bocchetta è segnato dalla vista della piccola cappella, dove il sacro moderno incontra una spiritualità arcaica e profonda. È qui che il suolo nel 2006 ha restituito dieci incisioni ovoidali, piccoli "cerchietti" con un punto centrale del diametro di circa dieci centimetri, realizzati nel 3000A.C. con una sapiente martellatura della roccia. Queste raffigurazioni, probabilmente servite per un ancestrale culto del sole, infondono al paesaggio una vibrazione millenaria. Anche se attualmente sono celate sotto uno strato protettivo per garantirne la conservazione, sapere che quel simbolo solare è ancora lì, sepolto sotto i nostri piedi, rende il passaggio alla Bocchetta un momento davvero suggestivo.
I bunker si possono scorgere sul sentiero che porta alla Bocchetta
La cappella di Sant'Antonio
Sulla parete esterna della cappella, una targa cristallizza un atto di eroismo d’altri tempi: il racconto di un fante che, nel pieno della rotta di Caporetto il 27 ottobre 1917, si fece mitragliere solitario per arginare, per trentasei ore interminabili, l’avanzata di un’intera divisione nemica prima di cadere trucidato. Ma la verità su questo fronte è più complessa e, se possibile, ancora più corale. In quei giorni convulsi, mentre la Brigata “Vicenza” abbandonava i monti Lupia e Joannaz per ripiegare verso il Torre, una falla profonda si aprì nello schieramento italiano a sud-est di Canebola. Fu lì che tre battaglioni austriaci e un reggimento germanico si incunearono, protetti dal fuoco incessante dell’artiglieria da montagna. Non fu l'impresa di un solo uomo, ma il sacrificio disperato di intere retroguardie: squadre di mitraglieri che scelsero di restare indietro, travolte dal fuoco e dalle esplosioni, per garantire la salvezza al grosso dei reparti. Di quel pomeriggio di sangue restano oggi i numeri. Sessantuno salme sono state raccolte nel 1920 presso il cimitero di Canebola con i nomi dei caduti, tra ufficiali e fanti.
La targa che oggi si può vedere sulla parete della cappella
Targa originale, andata distrutta, che racconta un'altra storia
Abbandonate le suggestioni della Bocchetta, abbiamo iniziato la discesa lungo il sentiero che degrada verso Canebola. Una volta raggiunta la strada asfaltata, proprio allo snodo che divide il cammino tra Canebola e Porzûs, l'occhio è catturato da una casa gialla. Durante la Guerra Fredda, fu una casermetta presidiata dalla 5ª compagnia del 52° Alpi. Sebbene oggi sia una dimora privata, l’anima militare del luogo è ancora leggibile in una garitta superstite e nelle recinzioni originali che ne delimitano il perimetro.
Per il rientro abbiamo scelto la via che sale verso la Madonna del Monte Carnizza, a Cima Porzûs. Qui, nel 1961, i militari del Genio del Terzo Corpo d’Armata di Legnano eressero un’edicola votiva per ospitare una statua della Madonna, fedele riproduzione della Madonnina del Duomo di Milano. Un dono prezioso dell’allora cardinale Montini — che solo due anni dopo sarebbe salito al soglio pontificio come Papa Paolo VI — che ancora oggi veglia su questi valichi. L’ultima sosta, prima di lasciare questo territorio così denso di storie, è stata al cimitero di Porzûs. Tra le croci abbiamo trovato il cenotafio di Alberto Piputto, un ragazzo di vent’anni strappato alla vita in Grecia nel 1940 e sepolto a Bari.
La Madonnina a cima Porzûs
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